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Un’estate rossa di sangue

Le violenze e le aggressioni compiute dalle “agguerrite squadre fasciste” segnano il nostro Paese prima del definitivo avvento del Regime.

L’ estate del 1922 è rossa di sangue. I fascisti occupano militarmente molte amministrazioni democraticamente elette costringendole alle dimissioni, come una malattia contagiosa che non è più possibile sconfiggere. “A Milano, la capitale del proletariato, il palazzo Marino, sede dell’amministrazione comunale socialista, è assalito e D’Annunzio, dal balcone, celebra la vittoria. La sede dell’ “Avanti” è ancora una volta incendiata. Per l’Emilia passa la colonna di fuoco di Balbo, che lascia sulla sua scia una traccia di fumo e di sangue…”; così commenta G. Arfé. A Livorno i giorni che precedono la presa del potere scandiscono efferati atti di violenza nei confronti di sedi istituzionali e abitazioni private di rappresentanti politici. Il 2 giugno il Consiglio Comunale approva un ordine del giorno di solidarietà agli assessori Urbani e Lisa vittime di aggressioni. Il Sindaco comunica che l’assessore Urbani è stato ingiuriato e percosso presso la stazione ferroviaria da uomini armati e che l’assessore Lisa, che si era recato nel piano di Pisa come segretario della locale Camera Confederale del Lavoro per concordare le paghe dei falciatori con i proprietari, era stato arrestato con l’accusa “di aver ostacolato il lavoro”. Il Sindaco denuncia il comportamento scorretto delle forze dell’ordine; mentre l’assessore Lisa veniva arrestato con accuse infondate non era stato fatto niente contro gli abusi dei datori di lavoro che avevano imposto le loro condizioni con rappresaglie nella zona di Vicarello, bastonando persone, entrando con la forza nelle case distruggendo ogni cosa. Il giornale “La parola dei socialisti” esce per l’ultima volta l’11 giugno,  registra gli ultimi eventi accusando la borghesia di avere “allevata in seno una serpe” e di non essere più in grado di gestire quel movimento che aveva incoraggiato, credendo di poterlo manovrare a suo vantaggio. Il Consiglio Comunale si riunisce il 30 luglio per denunciare ancora la gravità della situazione, segnalando gli ultimi gravi fatti che hanno colpito le istituzioni democratiche, ormai prossime alla fine. Il Sindaco invia un saluto di solidarietà all’on. Capocchi, brutalmente aggredito a Siena dove si trovava per affari istituzionali, bastonato “sotto gli occhi indifferenti  delle autorità”. Lunedì 31 luglio viene proclamato lo sciopero nazionale da parte dell’Alleanza per il lavoro. Dino Perrone Compagni con un manifesto recante la sua firma ordina ai fascisti di adunarsi presso la sede di via Goldoni, e vi affluiscono tutti i  comandanti di squadra. Ad essi Perrone Compagni comunica il suo piano: sono ben presto formate le squadre fasciste alle quali si associa quella che fa capo all’organizzazione nazionalista dei “Sempre pronti”. Il lunedì sera lo sciopero degli operai della Società Ligure Toscana di Elettricità viene  stroncato sul nascere, il martedì mattina numerose squadre di fascisti bloccano le adiacenze del deposito dei tram in via dei Prati per impedire lo sciopero, mentre camion e automobili percorrono le strade della città a bandiere spiegate. Da Grosseto, da Pisa, da tutti i centri vicini affluiscono le “agguerrite squadre fasciste” per dare man forte al fascismo livornese contro le organizzazioni del proletariato; sono distrutte le sedi dei circoli “Il Cigno” di S. Jacopo e “Il Germoglio” di Ardenza considerata la sede del sovversivismo. Costanzo Ciano si mette alla testa del movimento insurrezionale mentre le squadre di Perrone Compagni scatenano il terrore; il ferimento di Marcello Vaccai incita ad ulteriori rappresaglie. Vengono devastate la Camera del lavoro, il Circolo ferrovieri, i Circoli socialisti di Antignano e Montenero, il negozio dell’assessore Bacci, la falegnameria del consigliere comunale Garfagnoli, gli assessori Urbani e Cardon sono malmenati nelle loro abitazioni, vengono uccisi l’assessore Gemignani, il consigliere comunale Pietro Gigli e il fratello Pilade sono aggrediti e uccisi nella loro casa alla presenza della madre che rimane ferita. Nelle pagine della “Gazzetta Livornese” del 3 agosto 1922 viene tracciato il resoconto delle violenze che devastano la città, sottolineando l’assenza di intervento  delle forze dell’ordine che niente fanno per reprimere le aggressioni. Continuano ad affluire alla sede di via Goldoni nuclei armati da città e paesi vicini e sono approntati nuovi camion per intervenire nei quartieri popolari, dove per estrema autodifesa esplode la guerriglia. Il 3 agosto oltre mille fascisti inquadrati militarmente circondano il Palazzo Comunale e Perrone Compagni intima all’Amministrazione socialista di dimettersi entro le 12. Il Sindaco e la Giunta costretti da minacce personali e oramai nell’impossibilità di assolvere al governo della città sono obbligati ad accogliere la richiesta di dimissioni. Il Comune è posto sotto l’autorità del commissario governativo, consigliere di Prefettura cav. avv. Adolfo Agus nominato dal Prefetto uff. dott. Eduardo Verdinois. “Il Telegrafo” del 5 agosto in prima pagina saluta entusiasticamente la conclusione della guerra civile dicendo che è stato finalmente riportato l’ordine  e ristabilito l’ideale della patria, “desiderio legittimo di tutta la parte veramente sana e cosciente della cittadinanza”…

Paola Ceccotti

 

Articolo tratto da

Il fascismo a Livorno. Dalla nascita del movimento alla prima amministrazione podestarile

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